IL RISVEGLIO DI GIUDA
Come sarebbe il mondo oggi se in passato persone ai margini della storia avessero agito diversamente? Se, poniamo, il cuoco personale di Napoleone fosse stato corrotto da qualcuno e avesse avvelenato il suo padrone? O se ancora l’autista di Hitler avesse avuto una sorta di rimorso di coscienza dinanzi alle azioni del suo capo e un bel giorno, mentre portava Adolf da una parte all’altra della Germania, avesse sterzato d’improvviso infilandosi in un burrone?
Spesso sono le persone ai margini della storia, gente insignificante e di secondo livello, che avrebbero potuto fare la differenza.
Amedeo Rovere era una persona insignificante e di secondo livello, anzi, non era nessuno a ben vedere, un semplice lavoratore (certo in un luogo di tutto rispetto e importante s’intende), sposato da poco e senza particolari vizi. Una persona banale al fine di scrivere un pezzo di storia. Almeno fino a ora.
Amedeo era una persona talmente insignificante per il mondo che qualcuno si era preso la briga di studiare la sua vita, le sue abitudini, per capire quanto se ne potesse servire per i propri scopi. E quel qualcuno si presentò ad Amedeo la sera del 27 agosto 2010.
LIBRO PRIMO
il furto, la scoperta, la morte
1
Amedeo Rovere stava passeggiando per una via di Roma. La città era viva come non mai durante le notti estive. Le coppie camminavano spensierate tenendosi per mano. Gli amici chiacchieravano in piedi fuori dai locali, sorseggiando cocktail. In cielo le poche stelle che l’intensa luce sprigionata dalla città permetteva di osservare, ammiccavano silenziose. La gente riversa per le strade, davanti ai bar, o nei luoghi di ritrovo, scambiava opinioni di ogni genere, ognuno aveva qualcosa da dire.
Amedeo aveva la buona abitudine di fare una passeggiata dopo cena, quando i turni di lavoro glielo permettevano, s’intende. E quella sera non doveva andare a lavorare per il turno di notte, quindi era a passeggio per i vicoli della città a godersi Roma e le persone che la animavano.
Amedeo, che aveva preso il vizio di passeggiare dopo cena dal padre, era un uomo tranquillo, che si faceva i fatti suoi e amava il motto vivi e lascia vivere. Aveva quarant’anni e lavorava come addetto alla sicurezza per il Vaticano.
Dopo l’11 settembre il Vaticano aveva rafforzato le misure di sicurezza attorno alle mura. Aveva fatto installare un sofisticato sistema di controllo a infrarossi e sensori di movimento lungo tutto il perimetro della città Vaticana. Una ditta esterna, composta da personale selezionato, svolgeva un servizio di sorveglianza ventiquattrore su ventiquattro; garantendo un alto livello di sicurezza all’esterno delle mura Vaticane. La sala operativa era situata in una casa a due piani adiacente alle mura Vaticane. Amedeo faceva parte delle persone selezionate per controllare i venti monitor e i sensori di movimento sul pannello principale.
Amedeo era felice del suo lavoro, percepiva un buono stipendio, ma fare i turni di notte lo logorava, non gli piaceva l’idea di lasciare a casa e sola la moglie, preferiva di gran lunga starsene con lei a fare l’amore la notte, piuttosto che rinchiuso in una stanza quattro per quattro con un collega a fissare monitor e lucine.
Quella sera Amedeo stava passeggiando in un vicolo nei pressi della sua abitazione, aveva lavorato al turno di mattina, il pomeriggio era andato a fare la spesa con la moglie, l’indomani aveva il turno di pomeriggio quindi si annunciava una notte d’amore. Lui e Arianna erano sposati da solo un anno e stavano vivendo la fase degli innamorati. Facevano progetti fantasticando sul loro futuro, nonostante il suo stipendio fosse l’unica fonte di reddito e non permetteva loro folli spese. Avevano la rata del mutuo ogni mese e, tolte le spese ordinarie, quello che avanzava era abbastanza da farli vivere decentemente. Per il momento avevano deciso di non mettere via risparmi e di godersi i primi anni di matrimonio con cenette romantiche per i ristoranti di Roma e compere.
Da una finestra aperta lì vicino giunse un vociare animato, segno che qualcuno in quella casa aveva un diavolo per capello.
Amedeo aveva indosso la sua comoda tenuta: calzoncini, maglietta e infradito, quando una berlina dai vetri oscurati lo affiancò procedendo a passo d’uomo.
Amedeo osservò la bella auto immaginando un futuro impossibile in cui avrebbe avuto tanti soldi da comprarsene una. Si fermò provando una punta d’invidia per chi se la poteva permettere e l’auto fece altrettanto arrestando la sua corsa.
C’era un bar lì vicino con i tavoli all’esterno. La gente seduta lì non sembrava prestare molta attenzione all’auto o a lui. Amedeo guardò incuriosito la vettura. D'istinto si mise a braccia conserte piegandosi leggermente in avanti per osservare gli interni, ma i vetri oscurati proteggevano egregiamente la privacy di chi sedeva all’interno del mezzo.
Era una Mercedes ultimo modello e proprio in quell’istante il finestrino posteriore si abbassò di qualche centimetro.
Amedeo si guardò attorno, le persone a passeggio lo oltrepassavano guardando curiosi la bella auto.
«Ciao Amedeo», disse una voce maschile dall’interno buio.
E i campanelli d’allarme nella testa di Amedeo presero a suonare tutti insieme.
Profilo basso non faceva che ripetere il loro capo. Profilo basso per non far capire quale importante lavoro erano tenuti a fare ogni giorno. Profilo basso, Amedeo andava in giro in pantaloncini e infradito, più basso di così non si poteva! Tuttavia in quel momento Amedeo seppe di trovarsi sul ciglio di una situazione potenzialmente pericolosa.
Non riusciva a vedere chi aveva parlato, ma il particolare che conoscesse il suo nome era più che sufficiente per girare alla larga. Però il suo capo aveva detto loro, che se capitavano in situazioni strane, e quella ricadeva proprio in questa categoria, era bene cercare di capire con chi si aveva a che fare, così da mettere in allerta i servizi segreti e la Guardia Svizzera, su eventuali possibili minacce.
«Ti andrebbe di salire? Vorrei scambiare due chiacchiere con te». La voce di quell’uomo era gentile e in qualche modo Amedeo si calmò, nonostante stesse in allerta.
«Ci conosciamo?» domandò all’abitacolo buio giacché non vedeva nulla dell’interno. E, diamine, quanto era lunga quell’auto?
«Non ancora, ma se salirai, mi presenterò e credimi, ne varrà la pena».
Amedeo si guardò attorno ancora una volta, avvertendo quel senso d’inquietudine che lo pigliava in certi momenti, però era sempre stato un tipo impulsivo e quel “ne varrà la pena” lo incuriosiva molto. E poi doveva carpire informazioni da dire al suo capo, no?
Come se gli avessero letto nel pensiero, la portiera della Mercedes scattò aprendosi. Con ancora un residuo di dubbio Amedeo la spalancò e salì. Mentre si sedeva un’infradito si sfilò dal piede e cadde sull’asfalto. Amedeo si sedette e si sporse per recuperarla, ma mentre si allungava premette lo stomaco contro il ginocchio e gli sfuggì un peto che risuonò come una tromba dentro l’abitacolo silenzioso.
Amedeo si tirò su imbarazzato infilandosi impacciato l’infradito al piede. Profilo rasente ora, altro che baso. «Mi scusi», borbottò avvertendo un intenso calore al viso.
«Non preoccuparti», rispose gentile e comprensivo l’uomo.
L’auto era più lunga di quanto avesse notato dall’esterno, era una specie di limousine, c’erano due file di sedili e un tavolino al centro. Amedeo si era accomodato sulla fila di sedili che davano le spalle al guidatore.
La portiera si chiuse e le sicure scattarono, altre luci all’interno si accesero rivelando il volto del suo interlocutore.
Era un uomo che poteva avere la sua età: corti capelli biondi, viso di bell’aspetto e abito scuro con cravatta. In quella macchina era in funzione il clima, l’areazione era ottima giacché dell’odore del suo peto non vi era traccia. Tra i sedili posteriori e quelli anteriori c’era un vetro divisorio nero, il conducente era isolato da loro.
L’uomo gli tese la mano. «Piacere Amedeo, il mio nome è Carl Minner».
Amedeo gliela strinse e domandò subito (perché, vada che era una bella macchina, che quel tizio era ben vestito e la situazione sembrava sospetta, ma conosceva il suo nome e questo era alquanto inquietante). «Come conosce il mio nome? Non ricordo di averla mai incontrata prima».
«Ti prego Amedeo, dammi del tu, in fondo siamo quasi coetanei». Carl Minner concluse allargando le braccia e sorridendo.
Amedeo annuì ma senza sorridere. «Come mi conosci?»
Carl premette un pulsante sul lato della portiera e sulla superficie del tavolino si apri una fessura da cui salì un vassoio su cui c’erano bicchieri e bevande.
«Gradisci qualcosa da bere?»
«Non ho sete, grazie».
Minner fece svanire nuovamente il vassoio dentro il tavolino senza aver preso da bere per sé.
«Come mi conosci?» domandò nuovamente Amedeo.
Carl pescò da una tasca laterale della portiera una cartelletta, la aprì e iniziò a leggere: «Amedeo Rovere, nato il tredici, zero uno, millenovecentosettanta a Roma, tuo padre si chiamava Roberto e tua madre Ignes, entrambi originari della Puglia…».
Amedeo era colpito e un tantino intimorito ma il sorriso dell’uomo in qualche modo riusciva a tranquillizzarlo.
«…hai studiato come perito elettronico e da dieci anni lavori presso la I.C.F, una ditta di sistemi di sicurezza. Attualmente sei impiegato presso il Vaticano e il tuo lavoro è vigilare sulla sicurezza del perimetro esterno». Carl si bloccò e lo fissò, lo sguardo era serio, ma le labbra mostravano sempre quel sorriso sicuro.
Amedeo annuì improvvisamente a disagio, ora era tutto chiaro, i suoi timori erano giustificati, lo volevano per il suo lavoro!
«Bene Amedeo, non sono uno che ama sprecare parole, mi piace andare dritto al punto, perché il mio tempo è prezioso e, suppongo, lo sia anche il tuo. D'altronde con una moglie bella come Arianna quale uomo non desidererebbe tornare presto a casa?»
Amedeo iniziò a sudare nonostante l’aria condizionata, il sorriso ora glaciale di Carl Minner era più significativo di mille parole. Citando sua moglie aveva voluto intendere che avevano metodi persuasivi assai efficaci o almeno questo è quello che capì lui.
Ancora una volta Carl sembrò leggergli la mente. Il suo sorriso tornò sincero e rassicurante. Precisò: «Non temere Amedeo, non vogliamo nuocere a te o a tua moglie».
«E allora cosa volete da me?»
«Un favore, un semplice favore».
«Semplice?» Amedeo inarcò le sopracciglia.
Carl piegò la testa di lato e il suo sorriso si ampliò. «Vedi, Amedeo, la nostra politica è di non costringere nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà, noi crediamo…»
«Voi chi?» lo interruppe. Prendi notizie, assimila, rifletteva nel frattempo.
«I miei capi sono persone discrete e tengono alla loro privacy».
«Sì, be’, anch’io tenevo alla mia», puntualizzò scocciato.
«Posso immaginare come ti senti, ma credimi, trarrai molti vantaggi da questa nostra conversazione, ora se mi lasci parlare ti spiegherò tutto».
Amedeo annuì teso.
Carl premette un tasto sulla portiera. «Puoi partire, gira per la città senza una metà fissa», l’auto partì.
La gente in giro per Roma prese a sfilare lentamente ai lati della vettura.
«Bene Amedeo, come ti stavo dicendo, non sono un tipo che spreca tempo in chiacchiere inutili quindi verrò subito al dunque, abbiamo bisogno che tu faccia una cosa per noi».
«Se intende sul lavoro, può scordarselo».
Minner scosse la testa sempre sorridendo. «Amedeo, Amedeo, mi deludi, mi sembrava di averti chiesto di darmi del tu, o sbaglio?»
Amedeo non si fece pregare. «Se vuoi che faccia qualcosa per te sul lavoro, scordatelo!»
Minner annuì comprensivo. «Capisco il tuo stato d’animo, ma mi sento in obbligo di spiegarti alcune cose. Vedi, il favore che ti chiedo è molto semplice e tu non sarai coinvolto…» sfilò dalla cartelletta un foglio e lo posò sul tavolino che li divideva, «…in questo foglio sono scritti un numero di conto corrente alle Cayman e la password per accedervi, al momento sono io l’intestatario del conto, ma spero tanto di dover cambiare il nome con il tuo». Minner fece una pausa, dandogli così la possibilità di fare domande, ma Amedeo rimase zitto.
Carl Minner annuì. «Ora, come ti ho già detto, non è mia abitudine obbligare la gente a fare qualcosa contro la loro volontà, al contrario mi piace mettere le persone davanti a una proposta che non possono proprio rifiutare, non so se mi sono spiegato».
Il Colosseo sfilò alla loro destra, Amedeo guardò la panchina su cui solo due giorni prima lui e Arianna erano seduti a mangiare un gelato e provò una strana sensazione di allontanamento, come se ora fosse in un’altra dimensione e non potesse più tornare indietro.
Amedeo tornò a fissare il suo interlocutore e annuì. «Intendi farmi un’offerta allettante?»
«Così mi piaci, vedo che ci capiamo». Minner riprese in mano la cartelletta e iniziò a leggere una lista di nomi. Amedeo li riconobbe tutti: erano suoi colleghi di lavoro! Corrugò la fronte confuso.
Quando Minner terminò di leggere la lista di nomi, citando proprio tutti i dipendenti alla I.C.F. lo guardò serio e senza il minimo accenno di un sorriso. «Avrai riconosciuto i nomi dei tuoi colleghi, giusto?»
Amedeo annuì.
«Bene, ora sai che possiamo avvicinare chiunque alla I.C.F., se ho scelto te per primo è perché studiando i vostri profili, mi sei sembrato quello più bisognoso della nostra offerta. Ti sei appena spostato, starai facendo progetti con tua moglie suppongo…»
«Come tutti».
«…giusto, come tutti, ebbene io sono qui per offrirti la possibilità di realizzare ogni tuo sogno. Se rifiuterai la mia offerta, mi rivolgerò a un tuo collega e sono certo che il prossimo della lista non si farà sfuggire quest’occasione, quindi ora ti chiedo: vuoi darmi il tuo aiuto?»
«E se rifiutassi?»
Minner fece spallucce. «In tal caso ti accompagneremo sotto casa e ci saluteremo come semplici amici».
«E chi vi assicura che terrò la bocca chiusa?»
Il sorriso di Minner si allargò. «Sappiamo tutto su di te e sui tuoi colleghi, credi davvero che ci faremmo cogliere alla sprovvista?» sfilò dalla cartella una serie di foto e gliele passò.
Amedeo le guardò e capì subito di essere in trappola o, quantomeno, che se anche si fosse rifiutato, non avrebbe potuto avvertire i suoi capi o le autorità. Il soggetto nelle foto era sempre lo stesso: Arianna! Era stata fotografata in diversi momenti della giornata: mentre passeggiava per strada; dal fiorista; al supermercato; mentre apriva il portone di casa. C’erano persino alcune foto dell’interno della loro abitazione.
«Come puoi capire da te non hai molta convenienza a fare la spia, così come, se mi permetti un giudizio, hai tutto da perderci rifiutando la nostra offerta».
Amedeo gli restituì le foto. «Di che cosa si tratta esattamente?»
Minner annuì, dalla tasca interna della giacca estrasse un flaconcino di plastica bianco. «Qui dentro ci sono due pillole solubili», gli porse il flaconcino. Amedeo lo prese, se lo rigirò tra le dita e poi lo tenne stretto in una mano.
«Tra due notti, quando sarai di turno con il tuo collega Nicola Pressi, dovrai agire per conto nostro e fare esattamente quello che ti dico…» e gli spiegò il piano nei dettagli.
Quando Minner finì di parlare il silenzio calò su di loro come un sudario.
Dopo una lunga riflessione Amedeo sospirò. «Mi assicuri che nessuno resterà ferito?»
Minner annuì. «Te lo posso giurare, posto, s’intende, che nessuno faccia l’eroe. Non posso fare promesse certe basate sull’irrazionalità del comportamento umano».
«Ma voi non volete agire per uccidere qualcuno no?»
«Non siamo assassini».
«E allora perché volete l’accesso?»
«Questo non posso dirtelo».
«Sapete che gli alloggi del papa hanno un sistema di sicurezza separato, che le Guardia Svizzera presidia tutte le entrate: il papa è inarrivabile».
«Non siamo interessati al papa, ora se me lo concedi, vorrei finire il nostro accordo, okay?»
Amedeo annuì. «E a me cosa viene?» disse improvvisamente avido.
Minner sorrise, come se avesse aspettato quel momento fin dall’inizio. Estrasse un cellulare dalla tasca interna della giacca e premette un tasto. «Ciao cara, sei in sede? Molto bene, puoi procedere allora. Il nostro amico ha accettato, sì intestalo a nome Amedeo Rovere, prefetto adesso ti dirò la cifra che dovrai trasferire sul conto del nostro nuovo amico, attendi un momento…» mise in attesa la telefonata e lo fissò serio. «Avanti Amedeo, è il tuo momento, quanto vuoi per farmi questo piccolo favore?»
Amedeo fu colto alla sprovvista, non sapeva cosa dire. Aveva immaginato un’eventuale somma che avrebbe potuto offrirgli, ma quell’uomo non aveva mai accennato a cifre e ora gli domandava di fare lui il prezzo. Vista l’importanza della cosa che gli chiedevano di fare, Amedeo aveva pensato che gli avrebbero offerto un milione di euro, in certi paesi ci vivi tutta la vita con una somma del genere.
«Su Amedeo, sto aspettando, guarda che è una telefonata internazionale e costa un sacco!» Carl Minner si lasciò andare a una leggera risata divertita mentre attendeva.
Amedeo decise di azzardare, d’altronde quando gli sarebbe ripresentata una simile occasione? Decise quindi di stare sopra le sue attese. «Tre milioni!» annunciò teso e sentì una goccia di sudore scendergli lungo la guancia e infilarsi dentro il collo della maglietta.
Minner annuì. «Cara, sì eccomi, versa sul conto del nostro amico il corrispettivo in dollari di sei milioni di euro, grazie a presto».
Amedeo non riusciva a respirare più tanto bene, era troppo agitato; aveva sentito bene? Sei milioni di euro?
«Bene Amedeo, sul conto a tuo nome alle Cayman è stata appena versata una cifra che si aggira intorno agli otto milioni e quattrocentomila dollari, direi che ora siamo in affari, non credi?»
Amedeo annuì mentre mentalmente continuava a ripetere incredulo la cifra che aveva appena sentito.
L’auto lo lasciò a tre isolati di distanza dalla sua abitazione. «Ora è giunto il momento di salutarci Amedeo. Mi pare ovvio che non sia il caso di farci vedere insieme nei pressi di casa tua, non voglio che la mia auto sia filmata dalle telecamere della banca sull’altro lato della strada. Inoltre ricorda di non fare parola con Arianna del nostro incontro. Fino a quando le acque non si saranno calmate, dovrai far finta che non sia mai avvenuto. Poi sarai libero di fare ciò che vuoi con il tuo denaro. È tutto chiaro?»
«Tutto chiaro», ripeté Amedeo, scese dall’auto e la guardò allontanarsi.
Mentre camminava verso casa, si ritrovò a domandarsi se il tutto fosse avvenuto veramente e il flaconcino di pillole nella tasca dei suoi pantaloncini, era la prova tangibile che non si era trattato di un sogno. C’era davvero un conto in una banca estera a suo nome e lui ne possedeva l’accesso!
2
Due sere dopo Amedeo Rovere iniziò il proprio turno nella sala controllo della I.C.F. Era teso come mai lo era stato in tutta la sua vita. Nemmeno il giorno del matrimonio si era sentito così. Il suo collega, Nicola Pressi, non sembrava essersi accorto di nulla.
Il piano sarebbe scattato alle due di notte.
Era l’una e trenta quando Amedeo annunciò. «Vado in bagno, ti va un caffè?»
Nicola sbadigliò facendo roteare la sedia. «Direi che ci vuole proprio un buon caffè, grazie».
Amedeo annuì e firmò il registro per segnare l’ora in cui si assentava dalla postazione di controllo. Uscì dalla stanza e voltò a destra lungo il corridoio, il bagno si trovava due porte sulla destra. Vi entrò e s’infilò in una cabina chiudendo la porta alle sue spalle. Estrasse le due pillole dal flacone e gettò il contenitore nel water tirando l’acqua. Minner gli aveva spiegato che il flacone era solubile e non avrebbe lasciato tracce.
La macchina del caffè era nello stanzino accanto, quello della mensa. Una volta uscito dal bagno Amedeo si recò lì.
Poté agire indisturbato poiché erano soli nell’abitazione.
Fece due caffè lunghi, poi aprì la macchinetta e fece scivolare una delle due pillole nella vaschetta dell’acqua, quindi richiuse la macchina. Spezzò in due l’altra pillola e mise le parti nei bicchierini di plastica.
Mentre tornava con il caffè, aveva il cuore che gli batteva a mille e una paura matta di far cadere in terra i bicchierini. Con la conseguente impossibilità di portare a termine il piano e tutte le complicazioni che sarebbero sopraggiunte.
Non sapeva cosa cercasse Minner in Vaticano, però sei milioni di euro erano una cifra enorme e quando nutriva qualche ripensamento, focalizzava la propria attenzione su quella cifra rafforzando così l’idea di andare fino in fondo.
«Sei milioni, sei milioni, sei milioni…» continuava a ripetersi a bassa voce mentre tornava dal suo collega.
«Eccomi qui!» annunciò rientrando nella stanza, la voce gli era tremata leggermente per l’emozione e sperava tanto che Nicola non se ne fosse accorto.
«Oh finalmente!» Nicola prese un bicchierino dalle mani dell’amico e mescolò il liquido nero.
«Tutto tranquillo durante la mia assenza?» domandò Amedeo e subito se ne pentì, non aveva mai posto una domanda simile in passato e Nicola, col senno di poi, avrebbe potuto domandarsi perché il suo collega glielo avesse chiesto proprio quella notte.
«Una noia pazzesca!» rispose soffiando il caffè. «Credo che se mi applicassi con un certo metodo, potrei riuscire a contare quanti topi vedo sfrecciare per le strade adiacenti al Vaticano», scherzò Nicola.
Amedeo tirò un sospiro di sollievo e firmò nuovamente il registro segnando l’ora del suo ritorno. «Sono certo che saresti in grado di farlo», quando si voltò verso il collega, vide che aveva già iniziato a bere il caffè.
«Ottimo questo caffè, complimenti», disse Nicola continuando a bere.
Amedeo occupò il posto sulla sedia accanto a Nicola e si mise a osservare i monitor. Le inquadrature erano in costante movimento, le telecamere inquadravano parti precise del perimetro delle mura Vaticane, ruotando la loro visuale di centottanta gradi; così da non lasciare nessun angolo cieco. Mentre osservava i monitor, si portava il bicchierino alle labbra e fingeva di bere il caffè seguendo alla lettera il piano.
Nicola non si accorse della messinscena e pochi istanti dopo Amedeo sentì un tonfo alla sua sinistra.
Come da copione Nicola aveva perso i sensi ed era scivolato sul pavimento. Amedeo lo osservò per un istante dispiacendosi per quanto stava per fare, bevve il suo di caffè e si dispose in avanti sul pannello di controllo, assicurandosi bene alla sedia, in modo da non cadere una volta persi i sensi. Se ne stava lì semi accasciato, attendendo che la nebbia dello svenimento lo avvolgesse e chiedendosi se aveva fatto bene ad accettare. E nel frattempo si ripeteva. «Sei milioni, sei milioni, sei milioni…» infine il buio lo prese e lo portò via con sé.
Da quel momento in poi, per due ore circa, una parte delle mura Vaticane furono prive di sorveglianza e come i pezzi di un puzzle, grazie ad altre persone pagate per fare favori simili, alcuni allarmi a porte erano stati disattivati e diversi sensori e infrarosso e di movimento furono resi inermi.
Il Vaticano era vulnerabile!
3
Alle due di notte, tre uomini vestiti di nero, con il volto nascosto sotto passamontagna, senza passato e impossibili da collegare a qualcuno, entrarono da una porticina laterale sul lato ovest delle mura Vaticane. Era una porta di servizio nascosta dietro a una siepe, un accesso conosciuto da poche persone e, di solito, protetto dal sofisticato sistema di allarmi. Quando il capo della spedizione, un uomo tutto muscoli, fece scattare la serratura e aprì lentamente la porta, nessun allarme scattò e i tre poterono attraversare il viottolo antistante in tutta tranquillità. Raggiunsero le alte mura di un’abitazione e sgattaiolarono giù lungo delle strette scale. Poco dopo il loro passaggio due preti passarono a piedi sul viottolo di acciottolato, bisbigliando le loro preghiere e senza accorgersi degli intrusi a pochi metri da loro.
I tre uomini attesero in silenzio che i preti si allontanassero poi aprirono una porta che si trovava alla fine delle scale. Anche in questo caso nessun allarme scattò. S’intrufolarono furtivamente lungo un corridoio buio nel quale loro poterono muoversi con agilità grazie ai visori notturni.
Avevano studiato le piantine del Vaticano nei minimi dettagli quindi sapevano alla perfezione dove si trovavano e come muoversi.
D’un tratto, l’uomo alla testa del gruppo si bloccò facendo segno ai suoi compagni di imitarlo. I tre si acquattarono a un paio di metri della soglia di un corridoio che incrociava il loro, rimanendo immobili e in silenzio.
Una luce tremolante era in avvicinamento dal corridoio di destra. Il riverbero arancione sui muri pulsava come un cuore scoperto. Il capo estrasse il coltello dalla fodera e lo resse in mano, pronto a scattare nel caso fossero stati scoperti.
La luce era sempre più vicina e quando arrivò alla soglia, apparve loro davanti un anziano prete che reggeva in mano una candela. Indossava una lunga tunica marrone, era pelato e aveva la barba bianca lunga venti centimetri almeno. Stava procedendo lungo il corridoio, forse diretto ai suoi alloggi e non badò al buio alla sua sinistra, men che meno si accorse dei tre uomini nascosti nell’ombra.
Il vecchio prete scomparve dietro un angolo portando con sé la tenue luce della candela.
I tre uomini si mossero rapidi e silenziosi lungo i passaggi sotterranei. E dieci minuti più tardi giunsero alla loro destinazione. La grande porta di legno li osservava dall’oscurità. Uno dei tre s’inginocchiò sfilandosi lo zaino dalle spalle ed estrasse un piccolo binocolo a rilevatore di calore. Lo accese e osservò lo spazio oltre la porta. Individuò due persone sedute a un tavolo a circa tre metri dall’entrata, erano immobili.
L’uomo guardò il suo capo e annuì.
Con il nervosismo tipico di certe situazioni, misto ad adrenalina ed eccitamento, i tre spinsero la porta e la aprirono. La luce nella stanza era soffusa e si ritrovarono a guardare due preti privi di sensi chini sul tavolo, due bicchieri da caffè erano rovesciati in terra. C’erano diversi libri aperti dall’aspetto antico, forse i preti stavano studiando antichi scritti.
Il capo del commando si guardò attorno con professionalità, giusto un attimo per orientarsi, perché un conto era studiare le piante perimetrali su una mappa bidimensionale, altra cosa era trovarsi davanti imponenti scaffali colmi di antichi e preziosi oggetti.
L’uomo fece cenno ai suoi compagni di seguirlo e iniziarono a muoversi lungo i cubicoli formati dagli scaffali. S’imbatterono in antichi quadri, in vasi a cui mancava qualche pezzo e dall’aspetto prezioso. Trovarono molti oggetti d’oro. Ma non toccarono niente di tutto ciò, erano professionisti e come tali agivano; il loro obiettivo era uno soltanto, non si sarebbe fatti distrarre da altro.
Infine giunsero davanti a una porticina di legno. All’apparenza era la zona più anonima e insignificante dei musei Vaticani, ma loro sapevano trattarsi invece del luogo in cui era custodita la reliquia più preziosa, il loro obbiettivo.
Il capo la aprì piano e, una volta costatato che nessun allarme era scattato e che non ci fosse nessuno a coglierli in flagrante s’intrufolò all’interno della stanza seguito da un secondo uomo, mentre il terzo rimase fuori a montare un’attrezzatura che aveva sfilato dallo zaino.
Una volta terminato il montaggio, il risultato fu un contenitore cilindrico del diametro di cinquanta centimetri con due bretelle che servivano per il trasporto a mo’ di zaino. L’uomo si accovacciò a terra e mentre attendeva il ritorno dei suoi compagni, acuì i sensi stando all’erta di possibili rumori che rivelassero qualche presenza indesiderata.
Di rumori non ve ne furono se non quando i suoi due compagni uscirono dalla stanza. Trasportavano un grosso pezzo di stoffa arrotolato in una speciale pellicola protettiva.
Infilarono la reliquia dentro il contenitore pensato su misura e lo chiusero.
Il capo se lo issò sulle spalle e in silenzio, così com’erano entrati, i tre ripercorsero il tragitto fatto per arrivare fin lì e sgattaiolarono fuori dalle mura Vaticane senza essere visti, portando con loro il prezioso sudario conosciuto come “La Sindone”.
4
Verso le cinque del mattino, un prete si recò presso i musei Vaticani per visionare un testo che lo assillava da giorni e lo faceva dormire male, tanto ci pensava. Quando varcò la soglia, trovò due fratelli che dormivano beati chini sui tavoli. In un primo momento non diede importanza alla cosa, delle volte capitava di addormentarsi quando si leggeva per molte ore di seguito. Tuttavia le cose iniziarono ad assumere una forma preoccupante, quando in lontananza vide la porta aperta del museo privato del Vaticano, accessibile solo a pochi. Diede una timorosa sbirciata all’interno e non ci mise molto a capire cosa era successo e la gravità della situazione.
Senza perdere altro tempo il prete uscì correndo per i corridoi, con l’intenzione di recarsi direttamente agli alloggi della Guardia Svizzera.
«Allarme! Allarme!» gridò correndo e agitando in aria le braccia. Alcuni fratelli e diverse guardie iniziarono ad affacciarsi dalle porte dei loro alloggi per vedere cosa stava succedendo.
Il prete corse direttamente agli alloggi del comandante delle Guardia Svizzera, Robert Prevel.
L’uomo, sentendo tanto baccano nei corridoi uscì a vedere cosa stava succedendo. Indossava i pantaloni grigi della tuta e una canottiera bianca, si stava sbarbando e metà del viso era coperta da bianca schiuma.
«Che cosa avete tanto da gridare buon uomo?» domandò in direzione del prete in rapido avvicinamento.
Robert Prevel era una persona tranquilla e tollerante oltre che paziente, quindi attese che l’uomo giungesse da lui e spiegasse il motivo di tanta fretta prima di farsi un’idea sbagliata.
E le prime parole sensate che udì urlare al prete, ebbero la forza di scuoterlo da capo a piedi, come uno straccio appeso a un filo ad asciugare al sole.
«La Sindone… la Sindone…» farfugliava l’uomo mentre si avvicinava, aveva il fiatone e sembrava sconvolto, «…è stata rubata! Hanno rubato la Sindone!»
Robert Prevel avvertì qualcosa nel suo stomaco agitarsi, forse il caffè appena bevuto o forse semplicemente le sue interiora che si contorcevano per lo stupore e l’agitazione. Era un uomo di quarant’anni, senza famiglia, la cui unica devozione era preservare la vita del papa e vegliare sul Vaticano. Tuttavia quando sentì quelle tremende parole, in un primo momento pensò trattarsi di uno scherzo, anche se il ribollimento all’interno dello stomaco era un chiaro segno che si sbagliava, che non era uno scherzo.
Inoltre il suo cuore la sapeva lunga su certe intuizioni e aveva iniziato a battere all’impazzata.
La Sindone era stata rubata? Com’era possibile? Non faceva che domandarsi immobile sulla soglia dei suoi alloggi, con mezza faccia coperta di schiuma da barba.
Il prete giunse finalmente al suo cospetto. Si piegò in due per riprendere fiato, e quando ne ebbe le forze, ripeté il tutto. «Signore, comandante, giungo ora dai musei Vaticani, l’archivio personale del papa è stato violato, la porta era aperta e la Sacra Sindone scomparsa».
Prevel non fece domande al prete, non era quello il suo compito in quel momento. Rientrò di corsa nei suoi alloggi e afferrò il cellulare dal comodino accanto al letto, la mano leggermente tremante. Chiamò Philip Retré il suo secondo.
«Pronto, capo?» la voce era ancora assonnata.
«Philip, il perimetro delle mura è stato violato, questa notte hanno rubato la Sindone. Dirama l’allarme a tutte le guardie, chiama il maresciallo dei Carabinieri direttamente a casa e informalo dell’accaduto. Mettiti in contatto con quelli della I.C.F. voglio sapere che cosa è successo e voglio saperlo subito!»
«Ma com’è potuta accadere una cosa simile?» Philip era sconvolto ma Robert sentiva dei forti rumori in sottofondo, segno che il suo secondo era già in movimento. Era una persona affidabile ed efficiente, un buon secondo e un amico.
«Non è questo il momento di porsi certe domande, dobbiamo creare un perimetro e tentare di recuperare la Sindone prima che sia troppo tardi».
Philip si guardò bene dal far notare al suo capo che forse era già troppo tardi. Anche Prevel doveva pensare la stessa cosa, ma c’era una procedura da seguire in certi casi.
«Sì capo, eseguo subito».
Prevel riagganciò e corse a vestirsi. Nel frattempo afferrò la radiolina con cui comunicavano le guardie in servizio e iniziò a chiamarle. Tre di loro non risposero alla chiamata. A quelle che lo fecero, Prevel spiegò la situazione e ordinò a due di loro di recarsi in cerca dei compagni che non avevano risposto.
Prevel indossò l’uniforme e nel frattempo si pulì la faccia dalla schiuma e terminò di radersi con il rasoio elettrico.
Aveva il cuore che gli martellava nella testa e un vago sentore di nausea gli sballottava lo stomaco. Non riusciva a capacitarsi di quanto stava accadendo e solo marginalmente comprendeva la gravità della situazione.
Quando uscì dai suoi alloggi, trovò il prete ancora ansimante che lo aspettava.
«Dove sta andando?» gli domandò questi.
«A svegliare il Pontefice e informarlo di quanto accaduto», rispose con tono grave, correndo lungo il corridoio.
Durante il percorso dai suoi alloggi a quelli del Pontefice, Prevel fu ragguagliato sulla situazione via radio: diverse guardie erano state trovate prive di sensi e in alcune zone gli allarmi erano disinseriti. Prevel non ci mise molto a capire che chiunque era stato a espugnare le mura Vaticane, doveva essere stato ben informato, avere qualcuno all’interno ed essere un professionista. E di una cosa era certo, a dispetto di tutti i loro sforzi, nonostante chiudessero le vie principali della città, controllassero gli aeroporti, le stazioni, le autostrade, nonostante il loro imponente sforzo, la Sindone non sarebbe stata recuperata.
5
La clamorosa notizia fece il tam tam di tutto il globo in pochissimi minuti. Le aperture dei Tg non parlavano d’altro: la Sacra Sindone era stara rubata. Una delle reliquie più importanti della storia, il sudario di Cristo, era stato sottratto dai musei Vaticani da ignoti ladri.
Il portavoce del Vaticano rilasciò un comunicato stampa alle nove del mattino seguente il furto. Papa Leone XIV apparve in televisione alle undici per una breve dichiarazione. Era conosciuto come il papa paziente, un uomo caritatevole e ben voluto da tutti. Aveva settantadue anni, corti capelli bianchi e occhi azzurri dallo sguardo gentile. Papa Leone XIV parlò con voce emozionata e triste, in un italiano privo dell’accento veneto, sua terra nativa. I giornalisti presenti ascoltarono con attenzione e presero appunti.
«Questa notte tre uomini sono entrati nei musei Vaticani e hanno sottratto un oggetto d’inestimabile valore storico per tutti i Cristiani. La Sindone è una reliquia importante per i fedeli e chiedo a chiunque ne sia in possesso, di riportarla subito nelle mani che l’hanno custodita per secoli. La Sindone ha un forte valore spirituale per i fedeli. Miei cari, mi rivolgo a tutti voi, pregate con me affinché queste persone si pentano del gesto che hanno compiuto e riportino la preziosa reliquia a noi».
Il dispiegamento di forze dell’ordine per perlustrare la città fu impressionate. Ogni aeroporto e stazione ferroviaria della nazione fu posta sotto stretta sorveglianza. Ogni auto, furgone o camion in movimento per le strade di Roma fu fermato e perquisito, con conseguente congestionamento del traffico. Ma gli sforzi e l’impegno di tutte le persone coinvolte non diedero alcun risultato. La Sindone era come scomparsa nel nulla.
Il comandante della Guardia Svizzera Robert Prevel, condusse in prima persona gli interrogatori di tutte le persone responsabili della sicurezza la notte del furto.
Quando Amedeo Rovere fu condotto nella sala interrogatori della questura di Roma, aveva già avvisato Arianna, sua moglie, che stava bene e di non preoccuparsi. Durante la telefonata (che di certo era registrata, Amedeo lo sapeva) Arianna era parsa sinceramente preoccupata per la sua salute, si era detta addolorata per il furto e indignata, oltre che arrabbiata, nei confronti dei ladri. Ad Amedeo era parsa sincera e credibile nella conversazione e d’altronde non poteva essere diversamente giacché Arianna era allo scuro di tutto, non sapeva che suo marito era complice del furto.
Il comandante della Guardia Svizzera lo fece accomodare e gli chiese di raccontare tutto quello che ricordava. Amedeo diede suppergiù la versione di tutte le altre persone coinvolte. «…l’ultima cosa che ricordo è che stavo bevendo il caffè, poi è buio completo fino a quando una guardia non mi ha svegliato».
Per una ragione a lui sconosciuta Amedeo era certo di riuscire a farla franca. Il piano era stato studiato bene, gli aveva spiegato Carl Minner. Le indagini si sarebbero concentrate su un tizio che lavorava per la ditta che gestiva le macchinette del caffè. Anche se la pista sarebbe apparsa inizialmente debole, il particolare che quest’operaio aveva piccoli precedenti per riciclaggio e che non fosse reperibile dal giorno del furto, avrebbe spinto gli investigatori a buttarsi a testa bassa in quella direzione.
Difatti tutte le persone che avevano bevuto caffè quella notte furono ritenute estranee ai fatti per il momento, ma dovevano tenersi a disposizione degli inquirenti. A scagionarle c’erano i risultati delle prime analisi che avevano portato alla luce il potente sonnifero nella miscela,
Amedeo, che era stato l’ultimo anello della catena, ma anche il più importante giacché era l’unico che lavorava all’esterno delle mura, e in una postazione isolata, tornò nel suo piccolo appartamento nel primo pomeriggio. Poté abbracciare Arianna dicendole che era tutto passato, che stava bene, conscio che con ogni probabilità era sorvegliato.
Carl Minner lo aveva messo in guardia, gli aveva detto di fare esattamente le cose che faceva prima, di non cambiare le sue abitudini, di tenere la moglie allo scuro di tutto ancora per un po’ e le cose sarebbero filate lisce. Aveva anche precisato che un tal giorno lo avrebbe chiamato e da quel momento in poi Amedeo era libero di partire con la moglie per vivere la sua vita da milionario in un paese esotico, se era questo che desiderava fare.
6
L’università Cristiana è tra le più antiche e rinomate facoltà del pianeta. Tutti i giovani di una certa importanza e con grandi famiglie alle spalle bramano un posto in quest’università. Da qui sono uscite menti brillanti. Presidenti del Consiglio e della Repubblica. Tre papi avevano studiato nel corso della sua rispettosa storia. Diversi avvocati ne erano usciti e molti dottori. Ogni anno, i primi di settembre, il papa apriva la stagione con un discorso che si teneva nell’antica aula porpora.
Immersa nel verde della periferia sud di Milano, l’università era un imponente e antico edificio costruito sul finire del settimo secolo. Diverse ristrutturazioni nel corso degli anni ne avevano ampliati i confini e modificato l’aspetto, ma due cose avevano superato indenni tutti i lavori, i mattoni del colore della sabbia bagnata e le due imponenti torri medioevali ai lati del grande portone di legno in entrata. Le stesse due torri che erano il logo dell’università nella carta intestata e sui bigliettini.
C’erano alloggi per tutti gli studenti e il grande parco che circondava la facoltà era il luogo ideale per studiare nei mesi belli, all’ombra di una delle innumerevoli querce antiche.
Quella mattina d’inizio settembre gli studenti affollavano i viali d’accesso in facoltà chiacchierando e passeggiando sotto il tepore del primo sole. C’era chi preferiva una salutare corsa mattutina nel parco, o chi studiava per rimettersi in pari appollaiato su qualche panchina. Le confraternite e i gruppi studenteschi erano numerosi, l’intera comunità di studenti superava di poco i tremila iscritti. Il gruppo del Sacro Cuore era il più antico e conosciuto di tutto il campus. Poi vi erano diverse confraternite dalle sigle anacronisticamente più disparate come A.G.C.U. che stava per Antico Gruppo Cristiano Universitario e altri affini.
Tra i corsi della facoltà, il più ambito era quello del teologo Giuseppe Romoncelli. Frequentare il suo corso significava avere quaranta crediti in più ed era risaputo che le menti più illustri erano tutte passate da lì, da quel corso, indipendentemente da quale professore insegnasse. Essere ammessi era impresa ardua, bisognava superare un’attenta e scrupolosa selezione. Ma una studentessa tra tutti era stata ammessa di diritto e forse, anzi senza forse, era l’unica cui non importava nulla della partecipazione a quel corso; se non addirittura la stessa frequentazione dell’università.
Isabella Giudice era questa studentessa. Aveva ventidue anni e il cognome che portava era quasi un’istituzione all’università Cristiana. Il compianto Paolo Giudice, padre di Isabella, era stato studente modello, insegnate di letteratura e poi rettore dell’università. Da generazioni la potente stirpe dei Giudice aveva impresso il proprio marchio e stile in facoltà. Generazione dopo generazione, almeno un Giudice aveva studiato tra quelle mura; vi aveva insegnato in quel luogo e infine lo aveva diretto. Era quasi un obbligo, cui nessuno si era mai sottratto, fino a oggi.
Isabella era una Giudice fuori dai canoni. Fin da bambina era stata una ribelle. La tragica scomparsa del fratello maggiore prima e dei suoi genitori poi, aveva reso quel frutto acerbo un bocciolo mai schiuso.
Davide Giudice, suo fratello, era stato ribelle quanto, se non di più, la stessa Isabella. Davide era stato l’unico Giudice a non frequentare l’università e aveva vissuto all’avventura, visitando molti luoghi del pianeta, godendosi la vita. Era scomparso in mare durante una tempesta, mentre era impegnato in una traversata in solitario dell’oceano Atlantico.
Isabella aveva sedici anni quando il fratello era scomparso e da allora aveva smesso di sorridere. Due anni dopo Paolo Giudice e la moglie Anna morirono in un incidente d’auto. Isabella si era ritrovata a fine liceo improvvisamente sola al mondo ed erede di una fortuna. L’ultima Giudice su cui gravava il compito di tenere in alto il nome della famiglia. Doveva sopportare anche i parenti da parte della madre, che gli alitavano sul collo per avere una fetta di eredità e diverse persone che avevano il compito di amministrare il suo denaro, fino a quando non avrebbe compiuto trent’anni.
Fosse stato per Isabella avrebbe mandato al diavolo tutti, avrebbe abbandonato l’università, anzi non si sarebbe proprio iscritta e sarebbe partita per un interminabile viaggiato in torno al mondo, ripercorrendo le orme del fratello. Forse per questo suo padre aveva dato disposizione scritta che ad amministrare l’intero patrimonio fosse stato Adrian Bergh, amico di famiglia e proprietario di un importante studio legale in Svizzera. E le disposizioni erano chiare: Isabella avrebbe ereditato la fortuna di famiglia solo dopo essersi laureata all’università Cristiana di Milano. O al compimento del trentesimo compleanno. Non c’erano scappatoie e per questo frequentava controvoglia quel luogo.
Gli studenti iniziarono a prendere posto nell’aula di teologia verso le dieci della mattina. Isabella andò a sedersi nella fila al centro infognandosi il più possibile dentro il suo posto e incassando la testa tra le spalle. Quella mattina aveva deciso bene di non pettinarsi e i corti capelli rossi erano un confuso groviglio di ciuffi. Gli studenti avevano l’obbligo di indossare una divisa: giacca e cravatta per i ragazzi, gonna e cardigan per le ragazze. C’era chi faceva dei cambiamenti e indossava cardigan e giacca o pantaloni e cardigan. La divisa era blu e bordò con lo stemma dell’università, le due torri, stampato sul taschino della giacca o del cardigan. La cravatta era obbligatoria anche per le ragazze.
Isabella aveva uno stile tutto suo. Indossava la camicia bianca fuori dalla gonna e talvolta tirava su la gonna così da creare l’illusione che indossasse solo la camicia. Aveva pochi amici in facoltà, più che altro erano conoscenti. Una sola era la persona che lei considerava amico e su cui poteva contare: Jordi.
Jordi era additato da tutti come lo sfigato della facoltà e forse per questo le andava a genio, era un emarginato, un solitario, come si sentiva lei. Anche se, va precisato, per quanto sfigato fosse, Jordi conosceva a frequentava molte più persone di Isabella.
Quella mattina Jordi era in ritardo alla lezione del professor Romoncelli. Gli studenti occupavano i posti e molti ragazzi gettavano addosso a Isabella sguardi curiosi e lascivi.
Tutti all’università sapevano chi era. Il suo cognome la precedeva e il diverbio avuto da Isabella qualche giorno prima con lo stesso Romoncelli, sulla parabola dell’albero di fichi, era passato di bocca in bocca diventando quasi una leggenda.
«Posso?» domandò una voce di ragazzo alla sua sinistra. Isabella sollevò la testa e vide Alberto Bandi, il capitano della squadra di calcio dell’università, fissarla dall’alto del suo metro e novanta. Le stava timidamente indicando il posto vuoto accanto al suo. Isabella lo guardò dapprima incuriosita dal fatto che quel bel ragazzo le avesse rivolto la parola, poi annuì vagando con gli occhi per l’aula.
Alberto si sedette salutandola. Isabella ricambiò con un mugugno senza guardarlo. Fino a quel momento tra loro non c’era stato mai uno scambio di parola, nemmeno un cenno di saluto. Appartenevano a due mondi diversi, lui era un atleta e lei era una solitaria.
Isabella sollevò le gambe adagiando i piedi sulla testata dei posti di fronte, reggendo la gonna con una mano affinché non gli scivolasse sulle cosce. Con la coda dell’occhio notò che Alberto stava guardando proprio le sue belle gambe e provò un brivido di compiacimento.
Jordi arrivò poco dopo di corsa, doveva essersi svegliato tardi. Quando s’infilò goffamente nella fila dov’era seduta Isabella, dei libri gli caddero dalle mani e finirono a terra. Molti studenti si misero a ridere. Jordi era un ragazzo magrolino e brufoloso, impacciato e perennemente destinato a fare figuracce davanti a tutti. Nessuno riusciva a capacitarsi della fortuna che aveva a essere amico di Isabella Giudice.
Vedendo la scena Isabella scattò in piedi e andò ad aiutarlo.
Si chinò e raccolse qualche libro di Jordi.
«Grazie Isi», disse Jordi a bassa voce e rosso in viso.
«Ciao Jordi, svegliato tardi?»
«Non ho sentito la sveglia, già».
Isabella si rialzò mentre il rimasuglio di risate non accennava a diminuire.
Vagò con lo sguardo tra le file di studenti. «Tante persone così allegre e nessuna abbastanza gentile da muovere un dito?» commentò acida tornando al suo posto.
«C’era la famosa Isabella Giudice ad aiutare, a cosa servivano le nostre inutili mani?» rispose una voce femminile non identificata due file più sopra. Era risaputo che Isabella richiamava l’odio di molte ragazze invidiose della sua posizione e del suo ascendente sui ragazzi.
Isabella spostò lo sguardo in cerca della fonte di tale affermazione ma l’entrata in aula del professor Romoncelli mise fine agli schiamazzi.
Il docente sistemò dei fogli sulla cattedra marrone e si sedette osservando in silenzio gli studenti. Aveva cinquant’anni. Era un uomo basso e stempiato, con una pancia prominente e il doppio mento.
Isabella tornò subito a sedersi e si acquattò quanto più le riusciva, cercando di nascondersi alla vista da falco di Romoncelli. L’ultima cosa che voleva era un nuovo scontro verbale e la conseguente attenzione di tutti. Per quanto le teste delle persone riuscissero a celarla alla vista di Romoncelli, il rosso dei suoi capelli doveva essere individuabile come un faro in cima alla scogliera. Lo sguardo di Romoncelli incontrò più volte quello di Isabella, c’era risentimento tra loro, era palpabile, come un raggio elettrico che li collegava.
«Prima di iniziare la lezione vorrei chiedervi una cortesia. Saprete tutti del furto della Sacra Sindone dai musei Vaticani. Ebbene vorrei che dicessimo una preghiera affinché i ladri si redimano e riconsegnino la Sindone alla custodia del Vaticano».
Un mormorio sommesso di approvazione aleggiò per l’aula. Isabella si guardò attorno a disagio, poi sbuffò. «Ma per favore!» esclamò indignata infilandosi gli auricolari del lettore MP3 nelle orecchie e infognandosi ancor di più nel suo posto, abbassandosi il più possibile.
Lo sguardo del professor Romoncelli catturò all’istante i suoi gesti, l’uomo socchiuse gli occhi guardandola duro. Isabella resse quello sguardo ricambiandolo con la stessa durezza e fermezza.
Jordi arrivò da lei in quel momento, con una pigna di libri mal messi sulle braccia. Altri studenti nel frattempo avevano occupato i posti nella fila e Jordi trovò il posto a lui riservato accanto alla sua amica, occupato da quell’antipatico del capitano della squadra di calcio.
Alberto Bandi lo guardò. «Che c’è?» gli domandò non capendo cosa volesse. Jordi toccò un ginocchio di Isabella la quale aprì gli occhi guardandolo e corrugando la fronte, proprio non capiva perché Jordi gli si parava davanti senza sedersi, ma gli era grato perché per lo meno la copriva dalla visuale di Romoncelli. Poi l’amico le indicò il posto accanto al suo. Isabella si voltò a destra e a sinistra e vide che entrambi erano occupati. Non conosceva la ragazza seduta alla sua destra quindi si voltò verso Alberto Bandi, si sfilò gli auricolari dalle orecchie e lo guardò sfoggiando un sorriso dolce e serio allo stesso tempo. «Ti spiacerebbe cedere il posto al mio amico?»
Alberto corrugò la fronte e sembrava sul punto di voler precisare che poco prima lui le aveva chiesto il permesso di sedersi proprio lì, ma non fece nulla di tutto ciò e Isabella lo apprezzò molto. Controvoglia Alberto si alzò cedendo il posto a Jordi e andandosi a sedere due file più sotto.
Nel frattempo gli studenti avevano iniziato a pregare. Isabella infilò gli auricolari gettando un gelido sguardo addosso a Romoncelli, il quale non se lo fece sfuggire e annotò qualcosa sul suo quaderno degli appunti.
Durante la preghiera due uomini fecero il loro ingresso nell’aula. Uno rimase in piedi vicino l’entrata, vestiva con un elegante abito grigio chiaro. Poteva avere una quarantina d’anni. Isabella lo guardò per un istante ma non lo conosceva quindi spostò l’attenzione sull’altro uomo appena entrato. Questi vestiva di nero, o almeno così le sembrava perché la sua attenzione era tutta concentrata sul viso. L’uomo si era spostato verso la finestra che dava sul parco. Isabella riusciva a vederlo solo di profilo, ma c’era qualcosa di malinconico nello sguardo di quell’uomo che la rapiva. Quando la preghiera terminò, una silenziosa attesa calò tra gli studenti. Romoncelli guardò verso l’uomo in grigio, annuì e si alzò. Girò attorno alla cattedra e si mise davanti ai ragazzi osservandoli.
Istintivamente Isabella spense il lettore e sfilò gli auricolari, forse perché aveva presagito qualcosa, d’altronde non c’erano state ancora ripercussioni riguardo la discussione avuta solo qualche giorno prima con Romoncelli. Era quindi logico presumere che fosse giunta l’ora della resa dei conti. Anche se non riusciva a capire la presenza dei due uomini in aula. E ancora l’uomo vestito di nero si limitava a osservare il panorama fuori dalla finestra tenendo le braccia conserte.
«Signorina Giudice…» attaccò Romoncelli.
Ecco ci siamo. Pensò Isabella sistemandosi meglio sulla sedia. Il cuore accelerò i battiti. «Sì?»
«Signorina Giudice, mi è parso di capire che lei non fosse interessata alla preghiera?»
Nessuno dei presenti osava respirare, erano tutti concentrati sul nuovo scontro che si preannunciava. Ognuno di loro era pronto a memorizzare ogni cosa. E se fosse stato possibile tenere accesi i cellulari all’interno delle aule, di sicuro ci sarebbe stato un nuovo video su YouTube a breve. Quello che era certo, era che entro mezzogiorno, per l’università sarebbero circolate diverse versioni dell’accaduto.
Isabella osservò l’uomo in grigio prima di rispondere, anche lui la stava guardando, sembrava molto interessato. Ma perché ci devo sempre andare di messo io? Protestò nella propria testa Isabella. «Con tutto il rispetto professore…» rispose spostando lo sguardo su Romoncelli. «Non credo che pregare serva a qualcosa, di sicuro le persone che hanno rubato la Sindone non sono presenti in aula e non vedo quindi a cosa possa servire», concluse con le guance che le scottavano.
Romoncelli annuì come se si fosse aspettato quel genere di risposta. «Vede, signorina Giudice, la preghiera ha diversi scopi, ad esempio unisce le persone e le fa sentire vicine, canalizza il pensiero di molti in un'unica direzione…»
«Non vedo questo a cosa possa servire» lo interruppe lei e aggiunse, «se non, ovviamente, agli stessi che pregano e che quindi, in una sorta di auto convincimento collettivo, possono sentirsi meglio, o con la coscienza a posto».
Jordi la toccò con un ginocchio, in un chiaro segno di ammonimento ad andarci piano. Lei gli restituì il tocco con maggior forza, come a dire: “fatti i fatti tuoi”.
Romoncelli scosse lentamente la testa, tutti spostavano la loro attenzione dall’uno all’altra, come gli spettatori di una partita di tennis.
Isabella proseguì dicendo. «E poi a voler ben vedere non è che se la Sindone dovesse essere restituita, le persone che muoiono di fame nei paesi poveri avrebbero da mangiare, giusto?»
Romoncelli corrugò la fronte. «E questo che cosa centra?»
«Dico solo che ci sono cose più importanti per cui forse, sarebbe bene che pregaste».
«Se mi donassi il tuo conto in banca, ti assicuro che sfamerei molte persone!» cinguettò sarcasticamente una vocina femminile qualche fila più in alto. Molti risero a quella battuta. Jordi si avvicinò a Isabella e le sussurrò di non dare peso a certe persone.
E Isabella non lo fece, non rispose a quella stupida ragazza, non si alzò (come invece avrebbe tanto voluto fare) dicendole che lei donava diverse migliaia di euro in beneficenza ogni anno, non le disse che lei andava personalmente in certi paesi a distribuire cibo, vestiti e medicinali, non disse nulla di tutto ciò. Si concentrò invece sul professor Romoncelli che stava guardando e sorridendo a qualcuno nelle file in alto, forse aveva individuato la ragazza che aveva fatto quella battuta.
Poi Romoncelli tornò a fissare Isabella. «Ovvio che la restituzione della Sacra Sindone non cambierebbe la situazione mondiale, ma non è questo il punto».
«Il punto, professore, è che la Chiesa possiede moltissimi tesori nei suoi musei e se li mettesse all’asta, ne avrebbe da sfamare di persone e per molti anni direi».
Di nuovo la civetta parlò qualche fila più in alto e questa volta Isabella la riconobbe, era Caterina Pirotti, colei che si vociferava fosse la quasi ragazza di Alberto Bandi, il capitano della squadra di calcio.
«Facile parlare con tutti i soldi che hai, lo vorrei avere il tuo conto in banca».
Per un fugace istante Isabella si senti risucchiata in una cosa tre, tra lei, Caterina e Alberto, un gioco perverso fatto di frecciatine e cattiverie e ne fu disgustata.
Si alzò rossa di rabbia e si voltò verso la fonte di quel fastidioso rumore. Individuò Caterina tre file sopra la sua, con i suoi lunghi capelli biondi, circondata dalle amiche del cuore.
Isabella le gettò addosso uno sguardo gelido, carico di odio. «Ho ereditato il patrimonio di famiglia perché i miei genitori e mio fratello sono morti, non credo che tu auguri questo alla tua di famiglia, o mi sbaglio?»
Il vociare e le esclamazioni indignate rimbalzarono per l’aula crescendo di volume. Ma c’erano anche diversi applausi e grida d’incoraggiamento nei confronti di Isabella.
«Silenzio! Silenzio!» Romoncelli provò a calmare gli animi.
Caterina arrossì ma non rispose. E quando Isabella tornò a sedersi sentì le gambe molli e lo stomaco in subbuglio tanta era la rabbia che le ribolliva dentro.
L’uomo in grigio la stava sempre osservando serio, mentre quello vestito di nero preferiva il panorama oltre il vetro.
Però, notò con curiosità Isabella, stava bisbigliano qualcosa. L’uomo guardava fuori dalla finestra e nel frattempo muoveva le labbra pronunciando frasi come se parlasse a qualcuno. E Isabella ipotizzò che all’altro orecchio, quello a lei nascosto, l’uomo indossasse un auricolare bluetooth e che fosse impegnato in una conversazione telefonica.
Romoncelli guardò verso l’uomo in grigio e questi annuì, quindi il professore tornò a rivolgersi verso Isabella. «Signorina Giudice, come da me richiesto qualche giorno fa, ha riletto la parabola dell’albero di fichi?»
Isabella studiò per un attimo l’uomo in grigio e qualcosa d’indecifrabile ma altrettanto chiaro si mosse nella sua mente, la risposta era lì a portata di pensiero, riusciva a vederla ma non la comprendeva.
«Non mi piace», sussurrò Jordi.
«Neanche a me», convenne lei, poi rispose. «Sì, professore, l’ho fatto, e francamente resto della mia idea, Gesù ha maledetto l’albero di fichi perché non lo aveva sfamato e l’albero si è seccato, però non era stagione di fichi e l’albero non aveva quindi alcuna colpa».
«Vedo che la rilettura della parabola non ha dato i frutti sperati. Vede, signorina Giudice, Gesù ha usato l’albero come un simbolo, lei non deve vedere l’albero di fichi in quanto tale, ma ciò che Gesù vuole indicare».
Tutto si stava ripetendo, esattamente come la settimana precedente, solo che questa volta c’erano i due misteriosi uomini come pubblico aggiunto e proprio a Isabella la cosa non piaceva. In quel momento desiderava con tutta se stessa trovarsi altrove. Ma perché la vita a volte è così complicata? Se fosse stata una debole, avrebbe ceduto e dato ragione a Romoncelli circa la parabola. Ma lei non era una debole. Aveva le sue idee e lottava per affermarle, giuste o sbagliate che fossero. «Io ci vedo solo un povero albero di fichi morto in tutto questo, nessun insegnamento», rispose.
Romoncelli scosse il capo contrariato. «Gesù risponde a Pietro: “abbiate fede in Dio.... qualsiasi cosa chiedete nella preghiera abbiate fede di ottenerlo” Gesù voleva vedere la reazione dei discepoli per poi spiegar loro di non scoraggiarsi, lui aveva fame e vedendo che l’albero non aveva fichi lo ha maledetto, tutto questo simboleggia il credente che fa una richiesta a Dio e non avendo immediata risposta lo maledice».
Molti espressero la loro approvazione verso le parole del professor Romoncelli con sussurri e bisbigli.
Isabella alzò gli occhi al cielo. «Sarà, ma resta il fatto che l’albero è morto per mano di Gesù, forse aveva altri modi per spiegare la cosa, senza dover per forza uccidere un albero», rispose scettica.
Lo sdegno di molti dei presenti si manifestò con fischi e schiamazzi. Romoncelli zittì tutti con ampi gesti delle mani e quando la situazione tornò alla normalità, si rivolse nuovamente verso di lei. «Era solo un modo che aveva Gesù per insegnare ai suoi discepoli, mi dispiace che lei non riesca a capirlo».
Isabella sorrise, quasi divertita. «Con tutto il rispetto, professore, Gesù aveva modi assai più efficaci per convincere qualcuno ad ascoltarlo…» e poi alzò la voce come se stesse recitando una poesia. «“Oh serpenti, progenie di vipere, come potrete sfuggire alla dannazione dell’inferno?” Erano queste le parole rivolte da Gesù a coloro che non gradivano le sue prediche, bel modo di insegnare!»
L’indignazione fu tale che ci volle molto più tempo questa volta al professore per calmare gli animi. Jordi rise sotto i baffi. Era voltata anche qualche parola grossa nei confronti di Isabella e un paio di penne le avevano sfiorato la testa. La zona di provenienza degli oggetti volanti era sempre qualche fila sopra di lei, dove sedeva Caterina Pirotti.
Jordi sussurrò a Isabella. «Forse dovresti smetterla di fare infuriare sempre tutti, ti ricordo che io siedo vicino a te, vorrei evitare di prendermi qualche libro sulla testa».
Lei sorrise. «Forse hai ragione, dovrei starmene buona buonina, è che proprio non ci riesco, è più forte di me».
«Sì, lo vedo».
Isabella notò che l’uomo in grigio la guardava serio mentre quello vestito di nero continuava la sua ipotetica conversazione telefonica guardando fuori dalla finestra.
Finalmente Romoncelli riuscì a riportare la calma e disse rivolgendosi a tutti. «Ora, se volete prestarmi la vostra attenzione, sono lieto di presentarvi il nuovo rettore, il signor Ignazio Deviti».
Ignazio Deviti, l’uomo in grigio, si avvicinò alla cattedra e strinse la mano al professor Romoncelli, poi si rivolse ai ragazzi. «Salve a tutti, sono felice di aver scelto quest’aula così leggendaria per fare il mio debutto in facoltà, come tutti saprete il precedente rettore è andato in pensione e ho avuto il privilegio di sostituirlo, lo so cosa state pensando, che sono troppo giovane, difatti ho solo trentasei anni, e sembro più un insegnante che un rettore, ma se i membri del consiglio hanno scelto me è perché confidano che posso svolgere al meglio questo mestiere».
Tutti ascoltavano in silenzio.
«Ci saranno diverse novità a partire da quest’anno, a breve sarà distribuita una circolare in ogni aula e affisso un messaggio in bacheca nella sala centrale. Posso anticiparvi che da quest’anno la mensa è cambiata, il menù avrà un’ampia scelta e a mio parere sarà più buono».
Vi furono grida di gioia a questa notizia e Deviti sorrise compiaciuto. «Le ore da dedicare allo sport sono aumentate perché credo fermamente nell’efficacia di un buon esercizio fisico, inoltre le stesse ore varranno di più ai fini del giudizio di fine anno».
Applausi sinceri seguirono questa novità.
«Però devo anche avvisarvi che non sarà più tollerato alcun ritardo ingiustificato, vi ricordo che questa è un’università con regole proprie e vi richiamo quindi rispetto delle stesse, come un abbigliamento più conforme agli standard dell’università e nessun alunno avrà più alcun trattamento di favore, quale che sia il cognome che porta».
Seguì un concitato vociare di tutti e Jordi e Isabella si guardarono preoccupati, era chiaro a entrambi che l’ultima frase del rettore era rivolta a lei.
«Si mette davvero male!» asserì Jordi. Isabella annuì, chissà perché lei subodorava che il rettore fosse a conoscenza di particolari riguardanti i suoi obblighi verso l’università legati alle disposizioni lasciate da suo padre. Era una sensazione, nient’altro, solo una minuscola sensazione, ma c’era. E credeva anche che il rettore se ne sarebbe servito per tenerla al guinzaglio, cosa che nessuno aveva mai fatto fino ad oggi, visto il prestigioso cognome che aveva.
Il rettore Deviti pescò un foglietto dal taschino e lo aprì. «E ora se permettete, ho qui i nomi dei cinque studenti che quest’anno avranno l’onore di scambiare qualche parola con il papa, durante la sua visita. Sono: Patrizia Giordano». Una vocina acuta esclamò la sua felicità da una delle prime file, apparteneva a una ragazza dai voluminosi capelli biondi. Il rettore proseguì la lettura. «Federico Mastronna». L’alunno sedeva nella parte destra dell’aula, molti suoi amici gli strinsero la mano felici per lui e, molto probabilmente, anche un po’ invidiosi.
«Enzo Bubini». L’alunno si alzò e ringraziò il rettore con un leggero inchino.
«Sonia Belvedere». Non era presente.
«E Isabella Giudice».
L’aula si ammutolì. Tutti rimasero sorpresi nel sentire il nome di Isabella, lei stessa inarcò le sopracciglia stupita e subito precisò. «Mi scusi, rettore, credo ci sia uno sbaglio».
Deviti piegò con cura il foglietto e se lo infilò nella tasca interna della giacca. «Nessun errore, signorina Giudice, lei è stata scelta per parlare col Pontefice».
Isabella sbuffò. «E chi avrebbe avuto questa brillante idea?»
«Io, ovviamente, la cosa la disturba».
«Con tutto il rispetto rettore, vorrei rifiutare».
«Capisco, ma non glielo concedo. Lei discuterà con il papa nell’aula porpora, davanti a tutta la scuola e la prego di non far fare una figuraccia all’università o mi vedrò costretto a prendere provvedimenti».
«Lo dicevo io che c’era qualcosa che non andava», asserì preoccupato Jordi.
Evviva la democrazia e la libertà di parola! Pensò indignata Isabella. Non sapeva cosa dire, e qualcosa, forse un movimento dell’uomo vestito di nero, attirò la sua attenzione. Il rettore seguì la direzione del suo sguardo verso la finestra, poi tornò a guardarla confuso. «C’è forse qualche problema signorina Giudice?»
«Non rispondere!» l’avvertì sottovoce Jordi.
Ma Isabella rispose invece. «Nessuno rettore, solo mi chiedevo chi fosse l’uomo entrato insieme a lei».
Tra gli studenti si diffuse immediatamente un vociare concitato. Il rettore corrugò la fronte e tornò a guardare verso la finestra, dove l’uomo vestito di nero continuava imperterrito la sua conversazione telefonica bisbigliando parole. Ma era poi vestito davvero di nero? Isabella non riusciva più a capirlo, non era in grado di mettere a fuoco i suoi vestiti, ogni volta che guardava in quella direzione, il suo sguardo era catturato dal volto dello sconosciuto.
«Ma che cosa diavolo stai dicendo?» le domandò di fretta e con evidente preoccupazione Jordi. Isabella non capì le parole dell’amico, o meglio le comprese, ma le parvero strane. Il vociare tra gli alunni si propagò rapidamente.
«Può ripetere?» le domandò il rettore, anch’egli confuso.
Isabella si sentì a disagio, guardò l’uomo vestito di nero e vide che continuava imperterrito e guardare fuori dalla finestra, però aveva qualcosa di strano ora che ci faceva caso, anche se non capiva cosa ci fosse che non andava in lui.
Isabella si voltò verso Jordi. «Dimmi che lo vedi anche tu!»
L’amico seguì la direzione dello sguardo di Isabella verso la finestra, poi la guardò sempre più confuso. «Ma chi?»
Il cuore di Isabella impazzì. «L’uomo vestito di nero, lo vedi?»
«Io non vedo nessuno, Isi».
«Signorina Giudice, stiamo aspettando», la informò il rettore. Romoncelli era confuso come tutti.
Quando si voltò, con sorpresa Isabella notò che l’uomo vestito di nero era scomparso, non era uscito dall’aula, se ne sarebbe accorta, era semplicemente svanito nel nulla.
Un groviglio nodoso si formò nello stomaco e il cuore accelerò ulteriormente i suoi battiti. Isabella deglutì e disse al rettore che avrebbe parlato al Pontefice, chiudendo lì la conversazione.
«Questa poi me la spieghi», bisbigliò Jordi.
Una volta usciti dall’aula, terminata la lezione, Isabella e Jordi si avviarono lungo il corridoio est che portava all’entrata della facoltà.
«Ti dico che sono sicurissima di aver visto un tizio vestito di nero entrare in aula assieme al rettore», ripeté per la seconda volta Isabella, proprio non le riusciva a far capire il concetto al suo amico.
«E io ti ridico che non ho visto nessuno».
La massa di studenti si muoveva con loro verso l’uscita. Una donna si parò davanti a Isabella bloccandole la strada. «Isabella Giudice?» le domandò. Indossava un tailleur grigio chiaro e aveva i capelli castani raccolti in una coda. Sul naso portava un paio di occhiali dalle lenti rettangolari e dalla montatura in oro.
«Sì, sono io».
«Oh bene, salve, sono Federica Larovere, la segretaria del rettore Deviti, il rettore gradirebbe vederla nel suo ufficio».
Ma che giornata fantastica! «Quando?»
«Diciamo dieci minuti fa?» rispose secca la segretaria, poi fece un rapido cenno e si dileguò tra la folla.
Jordi guardò la sua amica e con indice e medio della mano destra disegnò una croce in aria, profetizzando sventure in arrivo.
Isabella lo ringraziò sarcasticamente per l’incoraggiamento mostrandogli il dito medio e si avviò controvoglia verso l’ufficio del rettore.
7
Il Moby bar aveva la fortuna di affacciarsi sulla strada che da Gallarate porta a Varese, via Varese appunto, e per questo motivo era un bar frequentato da molte persone durante tutto l’arco della giornata. Forse non il luogo ideale per passare inosservati, ma in una città come Gallarate, la cosa poteva anche riuscire bene. E a una persona che da due anni abitava da quelle parti, passare inosservato era riuscito benissimo.
L’arredamento del locale era in legno scuro. Su un ripiano agganciato al soffitto sopra il bancone, vi erano file di bottiglie di alcolici e di vini. I piccoli tavolini quadrati davano un che di personale e intimo all’atmosfera.
Marco Presti da due anni si era stabilito a Gallarate, aveva comprato una villa che si trovava all’incrocio nei pressi del Moby bar. Da qualche mese aveva preso l’abitudine di andare a fare colazione in quel bar, leggendo il giornale. Si era fatto qualche amico durante questo periodo, gente habitué del locale come lui.
Marco aveva trentasei anni, un passato di cui parlava di rado, e quando lo faceva, non era la verità quella che raccontava. Aveva anche una particolarità unica che lo aveva reso ricco, più di quanto già non fosse, ma che gli aveva procurato molti guai nella sua precedente vita.
Si era ritirato però, i suoi servigi non erano più sul mercato ed era sparito senza lasciare traccia alcuna e, nonostante tutto quello che ciò aveva comportato, sapeva essere stata la scelta giusta.
Marco spostò l’attenzione dal giornale che stava leggendo alla ragazza dietro il bancone. Laura Giaco aveva trent’anni e lavorava al Moby da sempre. Marco l’aveva conosciuta appena si era trasferito a Gallarate, ma solo negli ultimi mesi il loro rapporto di amicizia era mutato in qualcosa di diverso ma ancora indecifrabile.
In quel momento, Laura era impegnata a preparare cappuccini e lui poté osservarla con attenzione, come gli piaceva fare di tanto in tanto. Laura aveva lunghi capelli castani con riflessi mogano. Occhi blu con una leggera sfumatura di viola che solo lui poteva cogliere e un bel corpo slanciato. Ma più di tutto a catturare l’attenzione su di lei era il sorriso. Un’arma vera e propria che lei sapeva usare con maestria. Quando Laura sorrideva, lo faceva con tutto il viso. Con la bocca, mostrando due file di denti bianchi e perfetti. Con gli occhi, sinceri. Con le fossette sulle guance. Era una visione paralizzante che annientava la volontà altrui. Era inutile nascondere il fatto che la maggior parte degli avventori del bar fosse di sesso maschile, e che il motivo per cui tutti ronzavano sempre attorno al bancone, fosse Laura. Era una calamita per gli uomini e i proprietari del locale erano ben felici dell’ascendente che Laura aveva sui clienti: la loro gallina dalle uova d’oro. Dal canto suo Laura sembrava a proprio agio in quel ruolo. Aveva una parlantina straordinaria. Riusciva a coinvolgere chiunque in una conversazione, anche se la stessa ruotava attorno ad argomenti banali. Laura era in grado di trascinare uomini in chiacchiere sulla spesa al supermercato, dove andare a comprare la verdura o altro; e altrettanto efficacemente catturava l’attenzione di signore che passavano per il caffè, discutendo sul modo migliore di stendere i panni in balcone a seconda di come girava il sole. Laura aveva una dote naturale per interagire con le persone, una sorta di dono, era sempre disponibile, attenta a ciò che si diceva, sorridente e piena di vita.
Marco la stava osservando mentre era intenta a far scivolare del latte con la schiuma nella tazza del cappuccino, quando Laura si bloccò a metà operazione e sollevò la testa incontrando il suo sguardo. Gli sorrise facendogli la linguaccia e tornò al suo cappuccino e alle chiacchiere con il cliente. Il bancone del bar in quel momento era preso d’assalto da un’orda di uomini in transito da quelle parti per svariati motivi. C’erano impiegati di banca in pausa caffè. Pensionati in giro per passare il tempo e altre persone che lo erano per lavoro. Nonostante l’aiuto del proprietario la mattina, e di sua moglie nel pomeriggio, Laura aveva il suo bel da fare a dar retta a tutti. Lei era il perno attorno a cui girava tutto là dentro. Tuttavia trovava spesso il tempo per dare particolari attenzioni a Marco; come adesso, rivolgendogli quel suo bel sorriso e la linguaccia. Due espressioni tutt’altro che in disaccordo. Per tutta risposta Marco alzò gli occhi al cielo e tornò a consultare il giornale. Ma non poteva negare che il suo cuore aveva accelerato i battiti nel momento in cui i loro sguardi si erano incontrati. Sospirò e si rattristò davanti alla dura realtà, provava per Laura un forte sentimento. Quando la vedeva, avvertiva un’emozione intensa che mai prima d’allora aveva provato; forse era amore, o forse era una cosa inevitabile da provare guardando una ragazza così travolgente. Tuttavia non poteva cavalcare l’onda di quel sentimento. La sua vita era troppo complicata e instabile perché si concedesse il lusso di vivere certe passioni.
Per distrarre la mente guardò fuori dalla vetrata. Per un attimo osservò il proprio riflesso nel vetro. Aveva corti capelli castani e indossava jeans chiari e una camicia azzurra con le maniche arrotolate ai gomiti.
Quella mattina di settembre il traffico in via Varese era come il solito movimentato. Furgoni che si fermavano in doppia fila, per scaricare merce nei vari negozi. Gente che andava al vicino centro commerciale. Mamme che portavano a passeggio i loro figli, approfittando della bella giornata di sole.
Il dolce profumo di lilla e cannella precedette il suo arrivo. Marco si voltò a guardarla e il suo cuore accelerò i battiti per l’emozione. Laura Giaco si chinò e posò sul tavolo il cappuccino correlato di croissant alla nutella. «Quando finisci di leggerlo puoi passarlo a Giovanni?» disse indicando con un cenno della testa un vecchietto seduto qualche tavolo più in là. «È la quarta volta che insiste perché venga a scipparti il giornale, oggi deve essersi alzato con la luna di traverso», lo avvisò facendogli l’occhiolino.
Marco guardò la gazzetta dello sport, poi sollevò gli occhi e li posò con piacere prima sul generoso decolté di Laura, e successivamente sui suoi splendidi occhi blu. Lei sfoggiò il suo sorriso ammaliatore, inclinando la testa di lato e indicando il giornale. Marco lo chiuse piegandolo in quattro e glielo porse. Come si poteva rifiutare una richiesta a quell’angelo così bello?
«Dallo pure a lui, io ho già letto quello che dovevo».
Laura lo prese ringraziandolo e fece per andarsene, poi ci ripensò e tornò indietro. «Più tardi dovrai raccontarmi la storia di Carla e non fare finta di nulla, chiaro?»
Marco corrugò la fronte cercando di sembrare sinceramente confuso. «Non so di cosa stai parlando».
Laura si sfilò uno straccio dal retro dei jeans e lo frustò alla spalla. «Balle! Carla mi ha detto che hai azzeccato il sesso del suo bambino e…»
Stava per dire anche l’altra cosa, Marco lo aveva capito subito, quindi provò a tamponare i danni bloccandola. «Solo fortuna, è stato solo un colpo di fortuna».
«Mi vedi?» domando lei puntellando le braccia ai fianchi e battendo un piede sul pavimento, con finto nervosismo. La vedeva eccome, era uno schianto! E fu tentato a darle questa risposta. Scherzare con Laura riusciva naturale, era una ragazza sempre allegra e socievole, proprio il genere di persona che piaceva a lui e se solo avesse potuto impegnarsi, le avrebbe già chiesto un appuntamento. Cosa che Laura, aveva lasciato intendere in diverse occasioni, avrebbe accettato volentieri.
«Certo che ti vedo, perché?»
«Allora dimmi, ti sembro forse una stupida?» domandò lei facendogli la linguaccia.
Marco scosse il capo e sorrise sentendo che la morsa si stava stringendo su di lui e cercando una scappatoia plausibile, anche se detestava mentirle.
«Per niente, anzi ti trovo molto intelligente».
Laura guardò in giro per il locale, forse per sincerarsi che nessuno fosse nelle immediate vicinanze e potesse sentire la loro conversazione. Sapeva quanto Marco tenesse alla propria privacy. Si sedette un momento al tavolo con lui, le persone presenti nel locale erano già state servite e se fosse entrato qualcuno c’era Luigi al banco che poteva benissimo occuparsene.
«Bene, allora, visto che mi ritieni una persona intelligente, ti sarei grata se mi trattassi come tale», non c’era risentimento in quelle parole, solo sincerità.
«E quindi?» finse di non capire lui.
«E quindi sai che in realtà, quello di cui voglio parlare riguarda il marito di Carla, Federico».
Marco si perse nei suoi occhi blu così belli, proprio non se la sentiva di mentire e se lei era giunta a parlarle di Federico, significava che ne sapeva abbastanza da prendersela nel caso le avrebbe mentito. Sapeva che Laura non avrebbe insistito più di tanto, se le avesse detto che proprio non sapeva di cosa parlasse, facendo intendere che il discorso era chiuso, lei avrebbe chiuso lì la discussione e se ne sarebbe andata. Ma qualcosa tra loro sarebbe finito per sempre, la fiducia reciproca che durante quei mesi avevano pazientemente costruito, quella sorta di malizioso legame che li univa, si sarebbe spezzato e a lui non andava che accadesse, quindi si limitò a un’alzata di spalle e buttò lì un. «Altro colpo di fortuna?»
Lei sorrise, con quel sorriso sincero che gli faceva rammollire le gambe e arroventare il petto. «Ah, stronzate! Adesso vado in cucina, quando torno mi prendo cinque minuti e mi spiattelli tutto, chiaro?»
«Signorsì, signora!» scherzò lui. Lei lo salutò e gli accarezzò una mano prima di andare via. Un gesto affettuoso come spesso si scambiavano e che Laura riservava solo per lui. Erano brevi contatti ma a entrambi sembravano molto come preliminari di avvicinamento. E mentre la vedeva allontanarsi, cercò in tutta fretta una scusa plausibile da dire, per giustificare il fatto che aveva avvicinato il marito di Carla, Federico, un bravo ragazzo, e gli aveva detto di andare a farsi controllare il collo perché poteva avere qualcosa che non andava. Stranamente Federico lo aveva preso in parola (forse a perorare le sue doti da indovino c’era stato il particolare che aveva azzeccato il sesso del loro primogenito). Due giorni dopo era andato da uno specialista per una visita e in fibroscopia gli erano stati trovati dei polipi alle corde vocali. Minuscoli, a detta dello specialista, ed era stata una fortuna averli trovati così presto. Federico era stato operato risolvendo il problema sul nascere.
«Posso disturbarla un momento?» la voce sconosciuta di un uomo lo strappò dai suoi pensieri.
Marco distolse l’attenzione dal fondoschiena di Laura che camminava verso la cucina e si voltò a destra, verso la voce sconosciuta. Era un uomo della sua età più o meno, aveva corti capelli biondi, vestiva con pantaloni eleganti e camicia azzurra, ma senza giacca visto il caldo. L’istinto portò Marco a guardarsi attorno alla ricerca di potenziali pericoli. Non gli piaceva la sensazione che provava. Si sentiva improvvisamente a disagio. Oltre le vetrate del locale vide parcheggiata una lunga Mercedes a limousine con i vetri oscurati.
Marco tornò a guardare l’uomo. «Stavo andando via, mi dispiace», disse per nulla dispiaciuto. Le sensazioni negative che il suo corpo gli stava trasmettendo erano in costante aumento.
E la campanella di pericolo nel suo cervello stava suonando impazzita. Lo avevano trovato! Ne era certo, maledizione!
«Sono sicuro che possa rimandare i suoi impegni».
Marco strinse gli occhi studiando meglio l’uomo. Non lo conosceva, non aveva mai lavorato per lui in passato. Eppure quel tizio sembrava sapere chi fosse, o almeno era questo che il suo modo di fare e la sicurezza nella voce lasciavano intuire.
«Credo mi abbia scambiato per un’altra persona», insistette sulla difensiva.
L’uomo si sedette e si presentò tendendogli una mano. «Piacere, Carl Minner».
Marco non gliela strinse. «Le ripeto, stavo andando via».
«Suvvia non sia così scortese, le ruberò solo pochi minuti e se non sarà interessato a quello che le dirò, sarà liberissimo di andarsene».
«Non sono interessato», rispose secco.
«Non mi ha nemmeno fatto iniziare a parlare però!» Minner finse dispiacere nella voce.
«Perché di qualunque cosa si tratti, non sono interessato».
Carl Minner inarcò le sopracciglia mostrandosi fintamente sorpreso e deluso. Trascorsero qualche secondo a fissarsi in silenzio, studiandosi, poi Minner decise che forse era già ora di giocare a carte scoperte, o quantomeno di iniziare a scoprirne qualcuna delle sue. Si alzò e fece per andarsene. «Mi dispiace allora di averla disturbata signor Presti o forse dovrei chiamarla…» non terminò la frase ma sorrise, come se aver taciuto fosse stato un atto di cortesia che meritava una seconda possibilità. Di sicuro era consapevole che talvolta, le parole taciute, sono più efficaci di quelle dette.
Marco non mosse un muscolo e lo fissò serio, avvertendo dentro il petto un focolare di rabbia e preoccupazione. Si vedeva già nell’atto di abbandonare tutto e trasferirsi in un altro luogo, dove nessuno lo conosceva. Un luogo dove non c’era Laura però, ma lui ormai si era abituato ad abbandonare le persone che amava.
Vedendo che non rispondeva Carl Minner annuì e mostrò un’altra carta. Anzi, era una vera e propria combinazione vincente, il suo poker d’assi. «La saluto allora, spero tanto che la famiglia Juong non scopra mai dove si è andato a nascondere. Sa, lo scherzetto che ha fatto loro in passato è leggendario, e non immagina con quanta intensità i Joung la stiano cercando, ha fatto proprio bene a cambiare nome, ha troncare ogni legame col passato, anch’io se avessi fatto quello che ha fatto lei probabilmente avrei agito allo stesso modo, la saluto allora, Marco Presti».
E Marco comprese di non avere altra scelta, il messaggio era implicito: “ascolta quanto ho da dire o avviso i Juong, una tra le più potenti famiglia malavitose Cinesi, dirò loro dove ti trovi e per te sarà la fine”.
«Si sieda Minner, la ascolto», si costrinse a dire a denti stretti, trattenendo a stento la rabbia e avvertendo un principio di nausea farsi avanti. Per Marco fu come tornare nel passato, a una vita che non gli apparteneva più.
«Oh bene, ha valutato in fretta i pro e i contro vedo, mi fa piacere», la voce di Minner sprizzava gioia da ogni nota. Si rimise seduto.
Marco odiò quell’uomo. «Veniamo al dunque», tagliò corto.
«Benissimo, iniziamo a darci del tu, se per te va bene».
«Va bene, muoviti!» sibilò a denti stretti, lanciò un fugace sguardo a Laura sperando che non si fosse accorta di nulla. L’ultima cosa che voleva era che tornasse da lui e attaccasse bottone con Minner. Laura doveva stare quanto più lontana possibile da quell’uomo così pericoloso e, trattenne un urlo di dolore al solo pensiero che seguì: Laura doveva stare lontana anche da lui ora.
«Perfetto, il dunque è che noi abbiamo bisogno del tuo aiuto», disse Minner.
Laura era impegnata in una conversazione con una signora, e non aveva badato a loro, perfetto. Marco tornò a fissare l’uomo. Non si preoccupò di nascondere nulla, era ovvio che Minner sapeva molto sul suo conto. «Che cosa vuoi che faccia?»
Minner prese dalla tasca posteriore dei pantaloni una foto e la mise sul tavolo avvicinandola a lui.
Marco la strinse tra le dita e la guardò sicuro che di qualunque cosa si trattasse non avrebbe accettato, non era più in vendita, le sue capacità non erano più al servizio di nessuno. Ma quando vide di cosa si trattava, comprese anche che sulla bilancia delle possibilità il peso del rifiuto si era decisamente alleggerito.
«Che cosa significa?» domandò incredulo nel vedere l’oggetto raffigurato in fotografia.
«Esattamente quello che vedi».
Marco ripassò la foto raffigurante la Sacra Sindone a Minner. «Allora è in vostro possesso». Non era una domanda, disse quell’ovvietà per prendere tempo e per riflettere. Se Minner si prendeva la libertà di parlare con lui di tutto questo in un bar (anche se a dirla tutta non avevano ancora detto nulla di compromettente) allora significava che il luogo era stato schermato e che quindi era sicuro. Si guardò rapidamente attorno. Una signora seduta qualche tavolo più in là stava tentando inutilmente di fare una chiamata col cellulare. Il televisore che fino a poco prima trasmetteva dei video musicali era disturbato e Laura stava cercando di sintonizzarlo premendo i tasti del telecomando.
«Sì, e vorremmo che la studiassi per noi».
«Cosa potrei trovare io che illustri scienziati prima di me non hanno trovato?»
«Illustri scienziati che però non possedevano le tue inestimabili doti».
Merda, sapeva tutto, comprese Marco annuendo. Il gioco era iniziato, inutile cercare di sottrarsi e una sua parte, non poteva negarlo, si sentiva elettrizzata a questa prospettiva. «Ha a che fare con i disegni?»
Evidentemente Minner prese la sua stessa decisione e giocò a carte scoperte. «Sì, i nostri studiosi ritengono che i disegni portino proprio a quest’oggetto».
«Cosa state cercando esattamente?»
Minner parve rilassarsi, aveva vinto, lo aveva capito. «I nostri studiosi sono giunti alla scoperta che al suo interno sia nascosto un segreto, una rivelazione a loro dire, che cambierà per sempre il volto alla storia e avrà ripercussioni in tutto il mondo».
«Tutto qui?» scherzò Marco, ma la realtà era che non vedeva l’ora di posare gli occhi sulla Sindone.
«Per adesso sì, ogni speranza di riuscire a svelare questo segreto è nelle tue mani, o meglio, nei tuoi occhi».
«Capisco, ed io cosa ci guadagno?» gli affari erano pur sempre degli affari. Inoltre averlo disturbato, smascherando questa sua nuova identità sarebbe costato loro molto. Anzi, costringerlo a doversi allontanare da Laura per sempre, gli sarebbe costato un patrimonio.
«Prima di parlare di soldi gradirei avere una dimostrazione delle tue doti, sai com’è: vedere per credere! E in passato non abbiamo mai avuto il piacere di collaborare a un progetto, quindi se non ti dispiace».
«Mi sembra giusto, cosa vuoi che faccia?»
Minner sorrise, si voltò e chiamò Laura con un gesto della mano. Lei uscì da dietro il bancone e s’incamminò verso di loro passando in mezzo ai tavoli.
Merda, pensò Marco. Perché coinvolgere Laura? Forse era solo quello che sembrava: un test. Forse Minner non sospettava del legame che c’era tra loro. Decise quindi di stare al gioco.
«Divertiamoci un pochino», disse Minner con un sorriso sincero in viso. «Voglio che osservi la barista con attenzione e che mi dici di che colore sono i suoi slip».
Marco inarcò le sopracciglia, poi si rabbuiò contrariato. La cosa non gli piaceva affatto.
Laura arrivò da loro. «Quel dannato televisore non va più!» si lamentò, poi guardò Minner e lo salutò con il suo splendido sorriso. «Salve!»
«Salve, potrei avere un succo alla pera?» domandò lui con una strana inflessione di voce, sembrava stordito, il sorriso di Laura aveva colpito ancora.
«Glielo porto subito!» rispose lei e prima di allontanarsi fece l’occhiolino a Marco.
Lui sorrise e quando lei si voltò concentrò la sua vista sul suo fondoschiena. Agì rapidamente, guardò attraverso il tessuto dei jeans isolandolo e vide quel che c’era sotto, provando un improvviso e incontrollabile piacere. Ovviamente si fermò al cotone degli slip, non avrebbe mai oltrepassato quel limite. E se Minner non glielo avesse chiesto, lui non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Rifiutare di compiere quella prova avrebbe potuto attirare l’attenzione di Minner verso Laura. Si sarebbe chiesto perché lui aveva rifiutato, e non ci avrebbe messo molto a capire il legame che li univa. Usando Laura per ricattarlo.
«Allora?» gli domandò Minner che si era ricomposto tornando serio.
«Indossa delle culotte a vita bassa nere col bordo bianco».
Minner sorrise compiaciuto. «Eccellente, davvero eccellente».
Quando Laura tornò con il succo alla pera Minner le domandò sfacciatamente. «Mi scusi, io e il mio amico abbiamo fatto una scommessa, una cosa un po’ stupida a dire il vero, abbiamo scommesso sul colore dei suoi slip, sarebbe così gentile da dircelo?»
Laura guardò Marco corrugando la fronte ma sempre sorridendo, forse trovava la cosa divertente, e trattandosi di Laura poteva anche essere. Marco arrossì.
Poi Laura si voltò verso Minner, «dirvelo?» domandò e senza attendere risposta si portò le mani al bottone dei jeans e lo slacciò, abbassò un po’ la zip e scostò i lembi del pantalone mostrano un intimo culotte a vita bassa di colore nero, bordato di bianco, poi richiuse il tutto e sorrise loro. «Allora chi ha vinto?»
«Lui», disse Minner indicando Marco.
«Non ne avevo dubbi e cos’hai vinto?»
Marco non fece in tempo a rispondere, Minner lo precedette. «Un’uscita con lei, se è d’accordo».
Marco guardò stupefatto Minner che era riuscito a dire con così tanta facilità un suo intimo desiderio.
Laura fece l’occhiolino a Minner. «Oh, ma quella non si può vincere con una scommessa, bisogna chiederlo e nel modo giusto!» puntualizzò, poi se ne andò divertita e tutto tornò maledettamente serio.
«Saresti così gentile da fare di più?» domandò Minner. «Sai, c’è molto in ballo».
Marco annuì e lo studiò con attenzione. Con la sua vista superò i tessuti di cotone che indossava e continuando a concentrarsi la ridusse fino a trapassare lo spessore della pelle. Curiosò in giro per il corpo di Minner, poi chiuse gli occhi per riportare la sua concentrazione visiva alla normalità. Era tanto che non si spingeva oltre certi limiti e un dolore pulsante alla nuca iniziò a martellarlo con regolarità. Quando riaprì gli occhi, sussultò nel trovarsi davanti un teschio bianco. Capì subito di non essere tornato alla normalità e li richiuse concentrandosi. Dopo pochi istanti il dolore alla nuca cessò, e la sua vista tornò normale.
«Ti è stata asportata l’appendice, la cicatrice è vecchia, hai un calcolo al rene sinistro di circa due millimetri».
Minner inarcò un sopracciglio. «Tutto qui?» disse, come se si fosse aspettato altro.
Marco sospirò. «Hai un microchip impiantato dietro l’orecchio destro, il numero di serie è 27843901. E un altro impiantato sull’avambraccio il cui numero di serie è 3456A699».
«Notevole!» esclamò colpito Minner.
Marco si lasciò andare a mezzo sorriso. «Hai anche fatto un trapianto di capelli per nascondere una calvizie prematura».
«Sorprendente!» confermò Minner. «Ora veniamo ai dettagli se per te va bene».
Marco disse che andava bene e incrociò lo sguardo con quello di Laura, che in quel momento era intenta a chiacchierare con la fiorista del negozio accanto, venuta a bersi un caffè. Laura incontrò il suo sguardo e gli fece il gesto con una mano a indicare “dopo”, intendendo che avrebbe dovuto parlargli di Federico, spiegandole come diavolo c’era riuscito.
Quella che prima era sembrata una cosa di cui preoccuparsi, ora, davanti ai nuovi eventi imprevisti, sembrava una cosa di così poco conto.
«Dunque…» iniziò Minner, «ovviamente vorrai lavorare a casa tua giusto?»
«Ovviamente».
«Bene, abbiamo già fatto un sopralluogo esterno, direi che sia fattibile. Comprenderai però che la segretezza e il livello di sicurezza attorno alla tua abitazione dovranno essere eccezionali e, altrettanto ovviamente, saremo noi a gestire tutta la faccenda, siamo d’accordo?»
«Vai avanti».
«Prima di portare TuSaiCosa da te dovrai darci completo accesso alla casa per installare i nostri sistemi di sorveglianza, la faccenda Juong ci ha insegnato parecchio sul tuo conto e non vogliamo che te la fili con i nostri preziosi segreti».
«Non lo farei mai!» rispose sarcastico lui. «A meno che tu non sia un pedofilo».
Minner inarcò un sopracciglio sorpreso ma non rispose. «Be’ tu capisci perché non ci fidiamo vero?»
«Okay, avrete accesso alla casa, che altro?»
«Nulla, solo questo, ora veniamo a quanto ci costerai».
Marco aveva già fatto i suoi dovuti conti, se questa gente era riuscita a rubare la Sindone dai musei Vaticani e lo avevano scovato, significava che possedevano risorse illimitate.
«Direi che cinquanta è una cifra ragionevole», butto lì.
Minner non si scompose, sfilò dalla tasca il suo telefonino e fece una chiamata. «Ciao tesoro ascolta, adesso di darò le coordinate bancarie di un conto corrente, voglio che tu versi la somma che ti dirò su questo conto, aspetta».
Lo guardò in attesa e Marco gli dettò le coordinate del suo conto in una banca Svizzera, Minner a sua volta le disse all’interlocutrice poi concluse. «Versa sul conto cento milioni, sì, ovvio, okay grazie».
«L’operazione è stata eseguita», gli confermò.
Questa volta fu Marco a non scomporsi, chiese in prestito il cellulare di Minner e chiamò la banca Svizzera chiedendo il saldo del suo conto. La risposta che ricevette confermò l’avvenuta transazione: cento milioni di euro erano appena stati depositati.
«Direi che ora siamo in affari non ti pare?» domandò sorridente Minner.
«Direi solo che abbiamo un interesse comune».
«Ovviamente prenditi tutto il tempo che vuoi, non ti faremo pressioni».
«Era scontato».
«Però voglio che tu sappia che in segno di fiducia sistemeremo il disguido con la famiglia Juong per te».
Marco sollevò un sopracciglio stupito. Non aveva sperato in tanto, che la fortuna stesse girando dalla sua parte? Avrebbe fatto questo lavoro per Minner e per chiunque si celava dietro di lui e in cambio, oltre a un mucchio di soldi, il problema con i Juong sarebbe svanito? Fantastico!
«E come pensi di risolverlo?» volle sapere.
Minner si strinse nelle spalle. «Conosciamo la famiglia Juong da molto tempo, hanno più volte chiesto di entrare a far parte del nostro gruppo e adesso che mi viene in mente abbiamo proprio bisogno di incrementare i contati nella capitale. Sono certo che Jim Juong sarà felice di smettere di darti la caccia, otterrà molto in cambio e questo lo ripagherà di tutto quello che gli avete fatto passare».
Gli? Perché aveva parlato al plurale? Quanto ne sapeva davvero sul suo conto?
Si guardarono a lungo, studiandosi a vicenda, poi Minner proseguì. «Voglio mostrarti una cosa, e se lo faccio, è solo perché voglio assicurarmi che tu comprenda appieno il fatto che non puoi in alcun modo tradirci, noi non siamo la famiglia Juong», detto ciò sfilò di tasca una seconda foto e gliela porse.
Marco guardò la persona raffigurata e capì che lo tenevano in pugno.
CONTINUA....................................
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